Videogames: e se facessero bene?

Un recente studio ha dimostrato che giocare ai videogames non fa male, al contrario ha effetti positivi sulle persone, e allora perché ci sono sempre coloro che li demonizzano e che, forti di altrettante ricerche e studi, escludono dalla propria vita chi ci gioca regolarmente?

Videogiochi che passione!

Mai pensato che giocare ai videogiochi faccia bene? Checché se ne dica in giro, una nuova e recentissima ricerca ha confermato come i videogiochi facciano bene, quindi basta preoccuparsi per chi sta le ore attaccato alla console? Questo è da vedere. Oggi come oggi un giocatore medio trascorre circa 3 miliardi di ore alla settimana davanti ai videogiochi e ciò, preso un dato più ristretto e specifico, significa che un ragazzo di 21 anni ha già passato circa 10 mila ore davanti allo schermo di un pc, ovvero ben 416 giorni.

Una massiccia esposizione ai videogiochi di cui solo recentemente gli studiosi iniziano a comprendere gli effetti sul cervello umano. Per approfondire la questione quindi, i ricercatori hanno voluto condurre uno studio su un gruppo di giocatori adulti che almeno per sei ore la settimana si piazzano davanti a uno schermo dedicandosi al proprio gioco del momento. Che cosa si è evinto da questo studio? Che chi preferisce i giochi di azione acquistano e sviluppano un’abilità di attenzione visiva migliore rispetto agli altri: in pratica acquisiscono una maggiore capacità di analisi dello spazio e hanno una reazione più rapida agli stimoli visivi e quindi sono più reattivi rispetto a chi non gioca o chi preferisce altre tipologie di videogames.

Quando i videogiochi fanno bene

In questa nuova ricerca però è stato evidenziato anche un altro nuovo fattore altrettanto importante: è stato rilevato che i giocatori sfruttano strategie di navigazione che coinvolgono di più il sistema di ricompensa cerebrale da cui dipende il comportamento di un individuo, e usano di meno il sistema della memoria spaziale, situato nell’ippocampo. Questi studi quindi hanno dimostrato come nei giocatori che si affidano di più a strategie che sono prettamente legate al nucleo caudato, sede del sistema di ricompensa cerebrale, si rileva una minore attività cerebrale nell’ippocampo.

Ciò significa che mettersi davanti allo schermo della tv per giocare potrebbe compromettere l’attività dell’ippocampo rendendo più alto il rischio di contrarre disfunzioni neurologiche come il morbi di Alzheimer? Dura a dirsi per ora anche da parte degli scienziati, fatto sta che tale ricerca non mira a bandire i videogiochi come altri studi hanno finora fatto: sono infatti, necessarie altre indagini più specifiche per capire se effettivamente alcuni tipi di videogiochi possono compromettere le funzionalità dell’ippocampo così da bandire solo quelle tipologie.

Quanto i nostri gusti alimentari dipendono da noi stessi?

Se vi dicessero che a decidere quel che vi piace e quel che non preferite troppo non siete voi ma i batteri che vivono nell’organismo e che hanno dei precisi bisogni alimentari, ci credereste? Vediamo più a fondo nella questione e cerchiamo di capirne di più

Quando è un batterio a decidere cosa mangiare

Un recente studio sul mondo dei batteri, quei ‘simpatici’ microrganismi che abitano all’interno del corpo umano e che rappresentano una sorta di ‘parassiti’ buoni del nostro organismo, ha dimostrato come in realtà a decidere cosa ci piace mangiare e cosa no sono proprio questi piccoli ospiti che manipolano i nostri gusti a seconda delle loro esigenze alimentari. Quante volte cerchiamo di iniziare una dieta invano o cerchiamo di resistere a certe dolci tentazioni finendo per cascarci sempre: ebbene non è detto che questi cedimenti dipendano completamente da noi.

I batteri che dimorano nella flora intestinale infatti, necessitano di alimentarsi e hanno dei propri ‘gusti’ ovvero delle necessità alimentari e per imporre al nostro cervello le loro esigenze possono agire secondo un meccanismo di punizioni e ricompense. A dimostrarlo è stato un recente studio pubblicato su BioEssays di alcuni ricercatori dell’Università di San Francisco, dell’Arizona e del New Messico. In realtà, lo studio dell’ecosistema batterico che vive nel corpo umano è da sempre un argomento affascinante per gli scienziati e i ricercatori: i batteri infatti vengono studiati affinché si possano migliorare e ottimizzare le sperimentazioni di metodi di cura alternativi.

Obesità e sovrappeso: è il batterio che decide?

È anche vero però che questi piccoli microbi agiscono come una specie di cospiratori sul cervello attraverso il nervo vago che collega l’intestino al cervello ed è proprio così che riescono a modificare i nostri comportamenti e l’umore e anche a cambiare i recettori del gusto, come? Per esempio producendo tossine che ci fanno preferire un cibo all’altro o farci rigettare un alimento o al contrario rilasciando sostanze chimiche che ci fanno desiderare un determinato alimento. Ovviamente però i batteri non hanno il monopolio o l’esclusiva su nostri gusti, anche ni possiamo agire sui gusti dei batteri: per esempio accade spesso che durante una settimana si cambino le proprie abitudini alimentare il che dà luogo a un cambiamento anche della nostra flora intestinale in modo da renderla più ‘malleabile’.

Insomma, i batteri possono anche influenzare i nostri gusti in fatto di cibo ma è anche vero che si comportano così perché lo vogliamo anche noi: per essere chiari, se amate i dolci è perché i batteri della vostra flora intestinale amano gli alimenti dolci e zuccherosi. Attenzione però al circolo vizioso che ne deriva e che rende sempre più difficile cambiare stile alimentare: è sufficiente pensare ai giapponesi che per digerire le alghe hanno dovuto sviluppare una particolare flora intestinale.

Quando la raccolta dei rifiuti va differenziata: ecco i risultati dell’Italia

Comuni ricicloni vengono definite quelle città che riescono a ottenere durante un anno una percentuale notevole di raccolta differenziata e per fortuna in Italia godiamo di alcuni di questi esempi da nord a sud ma ci sono tanti comuni ancora che vanno educati alla raccolta differenziata. Più di tutti però c’è ancora una grossa percentuale di popolazione che la raccolta differenziata non sa cosa sia e che continua a raccogliere i rifiuti in modo indifferenziato. Vediamo cosa dicono quest’anno le cifre della raccolta differenziata nel nostro paese.

Quanto differenziamo?

Non tutti sanno come funziona la raccolta differenziata e quindi sono ancora molte le persone che non sanno applicarla, sebbene non sia poi così complicata e difficile come vuol apparire. Nonostante questa percentuale della popolazione italiana cui poco importa di fare la raccolta differenziata dei rifiuti perché nemmeno ne comprende ancora il senso, c’è chi invece la fa eccome diventando l’orgoglio della nazione: dai dati dell’Ispra disponibili finalmente anche on line sul sito del Catasto dei Rifiuti si può facilmente evincere come la raccolta differenziata venga eseguita e da quali comuni italiani provengano le cifre più alte. Queste cifre possono anche stimolare i cittadini ad applicarsi meglio nell’effettuare la raccolta e anche chiarire quali siano attualmente le metriche che interessano la raccolta dei rifiuti.

A rendere disponibili questi dati sono state le sezioni del Catasto di ogni regione italiana, ovvero i soggetti pubblici che possiedono effettivamente le informazioni e il modello Unico di dichiarazione ambientale. Per ore i dati da poter consultare riguardano gli anni dal 2010 al 2013, e a favorire ancora di più a rendere la situazione esaustiva e più completa è anche la divisione delle informazioni a seconda degli ambiti ovvero comune, provincia regione e nazionale, nonché la frazione merceologica. Questa suddivisione serve principalmente a rendere più facile la lettura dei dati e soprattutto la comparazione che è possibile effettuare per anni e per zone geografiche, che forse è l’ambito che interessa maggiormente per capire dove la differenziata regna indiscussa e dove invece il verbo differenziare non ha ancora attecchito.

L’Italia sa davvero differenziare?

I dati resi noti dal Catasto sono ben chiari sull’andamento della differenziata per zone e per annate, diciamo che i due fattori differiscono anche gli uni dagli altri perché se nel 2010 la parola stessa di differenziata non riuscivano a capirla 10 persone su 10, nel 2013 la situazione è un po’ migliorata con comuni che, da nord a sud, sono diventati sinonimo di raccolta differenziata tanto da meritare il nomignolo di ricicloni per quanto i cittadini sono riusciti bene nell’impresa del differenziare plastica da umido e vetro da polistirolo. Ma andiamo con ordine vedendo cosa l’anno 2013 ci dice di questo riciclo: secondo i dati raccolti il 2013 vede la differenziata toccare quota 42,3%, decisamente migliore questo risultato rispetto anche solo al 2012 in cui la quota si era fermata a cifre inferiori addirittura al 40%.

Se invece si prende in considerazione il periodo 2010-2013, e quindi si leggono le cifre nel lungo periodo, si può subito evincere come il dato a favore sia maggiore dato che in tre anni si è registrato un aumento del 7%. Al di là di questi numeri piuttosto generici, bisogna vedere nell’entroterra come si comportano i comuni e vedere nello specifico dove la differenziata vince e di fatto esiste ancora una bella differenza tra le diverse realtà nazionali anche sulle macro aree: se al nord la percentuale infatti sale al 54%, al centro si assesta su un timido 36%, mentre al sud addirittura siamo a livelli ancora più bassi e fermi al 28.8%. In pratica se al nord la fatica di differenziare la fanno quasi tuti e si evince dalla stessa percentuale, al centro-sud si è ancora un po’ lontanucci dal raggiungere tale quota e ancora a poco valgono gli sforzi notevoli dei comuni ricicloni del sud. La strada da percorrere è, purtroppo, ancora lunga.

Distruggere i detriti spaziali: ora si può

Per cercare di contenere il problema riguardanti i detriti spaziali si è pensato di portare sulla stazione spaziale un laser per incenerirli, ama identificarne prima le traiettorie sarà un telescopio che lavorerà in abbinamento con il laser.

Quando la spazzatura è troppa anche nello spazio

Un laser sembrerebbe la risposta al problema dei detriti i spaziali. Nelle nostre orbite esistono tonnellate e tonnellate di detriti di varie dimensioni formati da rifiuti di varie misure magari derivanti da collisioni, insomma spazzatura spaziale che circola all’interno delle orbite basse della Terra e che non fa altro che occupare spazio intorno al nostro pianeta, e che rappresenta un rischio reale per il corretto funzionamento di quei satelliti tutt’ora in orbita e, naturalmente, per la stessa Stazione spaziale anche se quest’ultima può correggere la propria traiettoria se vengono segnalati dei detriti particolarmente pericolosi.

Questi detriti che formano la spazzatura spaziale per la maggior parte sono piccolissimi e proprio per questo riescono anche a raggiungere delle velocità pari a 36 mila km/h ecco perché un potenziale scontro con quei satelliti ancora attivi ne rischierebbe il funzionamento. E proprio per eliminare un po’ di rifiuti indesiderati dalle nostre orbite e dal nostro spazio si potrebbe realizzare un sistema che da una parte identifichi nell’hic et nunc dove sono i detriti spaziali e dall’altra parte di distruggerli in maniera definitiva.

Detriti spaziali nell’inceneritore spaziale

Per creare tale sistema esperti hanno pensato bene di abbinare un telescopio, e nella fattispecie il telescopio Euso, e un laser che servirebbe per ridurre in briciole i detriti identificati precedentemente. Telescopio e laser andrebbero sistemati sulla stazione spaziale internazionale per poter essere usati a tale scopo. L’Euso è un telescopio che viene usato per osservare l’attività dei raggi cosmici, ma ciò non preclude la possibilità che possa essere usato per identificare i rifiuti spaziali che si trovano tutt’intorno alla Iss. Una volta che il telescopio individua i detriti entra in gioco il lavoro del laser, che dovrebbe esser potente abbastanza da incenerire una volta per tutte i rifiuti grazie all’uso di un getto estremamente potente di radiazione.

Questa azione combinata permetterebbe di individuare e annientare detriti fino a 100 km di distanza. In realtà, l’idea del laser non suona del tutto nuova dato che già negli scorsi decenni si era pensato di poterlo usare per alterare le traiettorie dei detriti spaziali più pericolosi, non per eliminarli del tutto. In questo caso però, la sua funzione sarebbe di annientare un primo strato di materia del detrito per spingerlo in basso e farlo bruciare non appena entrato nell’atmosfera. Se questo sistema funzionasse non solo lo si potrà montare sulla Stazione spaziale, ma lo si potrebbe usare anche all’interno di un progetto di satellite sviluppato proprio per annientare i rifiuti spaziali.

Quando la pubblicità ti condiziona: ecco le cattive abitudini indotte

Quante pubblicità di prodotti alimentari vengono trasmesse in tv o pubblicate su cartelloni o siti web che inducono a comprare un determinato alimento perché promette quel gusto e quel piacere unici che, invece, altri alimenti non si sognano nemmeno di far provare? Questo è più o meno il messaggio pubblicitario che le multinazionali vogliono far passare al pubblico sui propri prodotti che, stando ai loro messaggi poco subliminali, dovrebbero essere tutti genuini, prodotti con materie prime selezionate e addirittura salutari.

Quanto ci fanno male le pubblicità

Le pubblicità dei prodotti alimentari non fanno altro che mettere in moto le aree responsabili del piacere, del gusto e dell’apprendimento all’interno del cervello con la conseguenza che innescano il meccanismo di acquisto in chi magari già di per sé ama snack, fast food e cibi grassi. E strano più non appare che il numero di bambini e di adolescenti con problemi di sovrappeso e di obesità siano aumentati negli ultimi anni dato il potere persuasivo di certi sport che hanno preso il sopravvento sui network televisivi e purtroppo anche sulle abitudini alimentari dei nostri ragazzi che pensano che le patatine fritte, i cheeseburger di McDonald’s e le ciambelle con la glassa siano salutari.

Ci chiediamo a questo punto dove sia finita la buona vecchia dieta mediterranea e ci rendiamo tristemente conto che a batterla sono state le multinazionali statunitensi e il cibo spazzatura che proviene da lì, e se la colpa dell’alimentazione sbagliata e sregolata fosse proprio delle pubblicità?

Cosa si può fare per educare alla corretta alimentazione

Recentemente è stato pubblicato uno studio che svela come varie zone del cervello degli adolescenti già in sovrappeso subiscono una sovra-stimolazione quando assistono alla pubblicità di cibo. A essere stimolate ulteriormente sono proprio quelle aree del cervello responsabili del senso del piacere e della gratificazione, del gusto e l’area che controlla i movimenti della bocca, in quanto si pensa che i ragazzi mentalmente immaginano e simulano il consumo del cibo sponsorizzato nella pubblicità, e ciò induce a escogitare nuovi metodi per la perdita di peso. La ricerca in questione ha visto gli studiosi sottoporre un gruppo di adolescenti sovrappeso e un altro di adolescenti sani alla visione di una serie tv intervallata da pause pubblicitarie: in questo modo i ricercatori hanno potuto controllare l’attività cerebrale dei ragazzi mentre vedevano pubblicità di alimenti e di prodotti non alimentari.

Il risultato è stato quello che durante le pubblicità alimentari, tutti i ragazzi erano particolarmente attenti agli spot alimentari in quanto si mettevano in azione subito le aree del cervello che controllano l’attenzione e la ricompensa e in chi era sovrappeso proprio l’attività relativa alla ricompensa era maggiore, insieme al senso del gusto e all’area che controlla la bocca. Tutto questo per confermare quello che probabilmente già si sapeva ovvero che chi è in sovrappeso al vedere cibo in tv simula mentalmente il consumo di quel cibo che viene sponsorizzato e lo desiderano. I cattivi comportamenti alimentari verrebbero così rafforzati al punto da diventare cattive abitudini: che fare per correggere il tiro? Forse una risposta potrebbe essere quella di intervenire sulla simulazione del consumo di cibi promuovendo gli alimenti sani.

Quando i tavolini lievitano: il caso Rising Table

Avete mai pensato a come sarebbe più facile e pratico se fosse possibile montare un tavolo lievitando? Oggi grazie alle innovazioni tecnologiche che hanno invaso il campo del design, è possibile parlare di “Rising table” e anche capire cosa sia e come lo si possa usare in tutta praticità e comodità.

Quando il design abbraccia la natura

Quando lo spazio all’interno della propria casa inizia a scarseggiare non è detto che bisogna sempre dir di no ai cambiamenti se questi sono positivi e cercano di aiutare la vivibilità di un ambiente: se si vogliono invitare un po’ di amici a cena ma lo spazio è infinitesimale allora occorre fare affidamento su un arredo “lievitante” e che diventa immediatamente un ottimo tavolo dove poter consumare i proprio pasti.

Avere un tavolo da pranzo bello ampio e grande sembra un sogno impossibile per chi vive in pochi metri quadri e deve stringersi di già perché lo spazio è raro. A porre rimedio a questo problema che può coinvolgere molte persone, è il mondo del design o meglio un designer in particolare, ovvero Robert Van Embricqs a cui si deve l’invenzione piuttosto singolare della serie di arredi “lievitanti, ovvero che sono in grado di trasformarsi da un sottile piano a un ampio tavolo.

Intagli e superfici per una magia senza tempo

Si sa che il design e la tecnologia combinati insieme non finiscono e non finiranno mai di stupire per cui se si parla di mobili “lievitanti” non bisogna troppo stupirsene dato che sembra che la direzione presa dall’architettura e dal campo del design vada verso un maggiore sviluppo dell’innovazione tecnologica applicata a quello che è il mondo della creatività per eccellenza. Il tavolo inventato da Van Embricqs si chiama proprio “Rising Table” e solo dal nome promette incredibili magie: in patica grazie a una struttura scomponibile il tavolo si monta in men che non si dica e con estrema facilità e praticità. Il “table” trae liberamente ispirazione dalla natura tanto da voler superare il concetto di tavolo come di una superficie piana sorretta da quattro gambe: grazie a un sistema di assi di legno il tavolo riesce a sollevarsi realmente da terra per diventare un originale tavolo di design.

Quindi se dapprima si presenta come un unico pezzo di legno, successivamente si trasforma da superficie piana salvaspazio a qualcosa di più. Il tavolo in realtà, ha il pregio di voler unire l’artigianalità al design in modo da permettere una serialità tipica della produzione industriale in modo da offrire a tutti la possibilità di introdurre in casa proprio lo stravagante mobile. Ispirato proprio da un design estremamente naturale, l’ideatore del “Rising Table” ha studiato come avvengono le trasformazioni in natura e da questo ha tratto lo schema d’incisione da cui ha avuto origine il reticolo di travi di legno che formano il centro del tavolo: non appena lo si sfiora, il tavolo dà il via a una magia.

Quando i games italiani puntano tutto sulla creatività

Vi siete mai chiesti a che punto è l’Italia dei videogame rispetto al resto del mondo? I videogiochi più popolari a livello globale provengono da Stati Uniti o Giappone, eppure anche i videogiochi made in Italy cercano di superare i propri confini e di andare oltre.

Tra passione e desiderio di rivalsa: ecco i game developer italiani

I videogiochi italiani di prossima uscita o in produzione sembrano non avere nulla da invidiare ai maggiori competitor del settore in cui gli italiani non sono interessati a testimoniare quel tipico tocco italiano che ci contraddistingue in altri campi a livello mondiale né attraverso il gioco si intende affermare la solidità della produzione tricolore: il vero intento e desiderio dei game designer nostrani è quello di creare qualcosa di diverso e di staccarsi dalla massa di videogiochi attualmente presenti sul mercato.

Creare qualcosa di coraggioso e che possa servire a livello sociale incidendo sulle vite di quanti ci giocherebbero: è questa l’aspirazione degli italiani del gioco che, in barba a mode e tendenze globali, producono games in cui protagonisti sono ricoveri psichiatrici in soggettiva, simulatori di rivoluzione personalizzabili, gare d’auto per non vedenti e non si tratta di stravaganze né di stranezze realizzate apposta per ‘accalappiare’ finanziamenti da una multinazionale globale.

Quando non è il mercato a fare il gioco

Se da una parte il nostro paese compra videogiochi per quasi 1 miliardo di euro all’anno, dall’altra i nostri sviluppatori non riescono ad affermarsi come meriterebbero dato che sono pochi coloro che vantano ricavi oltre le sei cifre. A questo bisogna sommare un’industria del gioco non proprio strutturata tanto che diversi sono i punti critici da poter obiettare come la formazione o la regolamentazione fiscale non ancora adatta, nonostante tutto però i nostri game developer non si arrendono e propongono le loro idee sotto forma, s’intende, di videogames per cercare una propria strada dato che i loro giochi vogliono far tutto tranne che emulare o seguire la scia di quelli più commerciali.

Insomma, c’è da parte dei nostri sviluppatori il desiderio e la volontà di imporre altro, un qualcosa di diverso che si contraddistingua per l’unicità dei temi e degli stili: i due esempi più evidenti di questo pensiero diverso sono titoli quali Murasaki Baby, sviluppato da Ovosonico, e Nero, prodotto da Storm in a TeaCup, che sembra essere stato particolarmente apprezzato anche all’estero. Ciò vale anche per giochi in cui sono più piccole le risorse e gli investimenti ma in cui grande è l’azzardo e la novità, come The Town of Light, frutto di oltre due anni di lavoro dello studio indipendente Lka.it, che racconta in prima persona di una 16enne internata all’ex ospedale psichiatrico di Volterra, uno dei più grandi e discussi in Italia. In pratica, attraverso queste diverse realtà ludiche, in Italia si cerca di fare qualcosa di diverso e di cercare un rapporto di interazione con la realtà, quella che è stata e quella che è attualmente.

Spazio: tra dieci anni appuntamento su Marte?

Gli addetti ai lavori l’hanno già affermato: tra dieci anni lo spazio potrebbe essere diventato non così lontano e magari sarà anche alla portata di tutti al punto che si faranno viaggi nello spazio. Vediamo più da vicino come potrebbe cambiare la concezione dello spazio e della Terra nel prossimo futuro.

Un’italiana alla corte spaziale: il caso Argotec

A porre l’attenzione sullo spazio e i suoi non confini è stata l amissione spaziale che sta vedendo protagonista la nostra Samantha Cristoforetti, eppure la Argotec non si occupa solo di sviluppare razioni da buongustaio per i pasti degli astronauti in missione o di dotarli di macchinette da caffè create appositamente per la Stazione spaziale internazionale: la nostra Argotec spazia, è il caso di dirlo, tra l’addestramento degli astronauti presso l’Agenzia spaziale europea alla creazione e produzione di sistemi di controllo della telemetria. L’azienda quindi è assolutamente una protagonista in ambito spaziale tanto da poter affermare, dall’alto dell’esperienza dei suoi esperti, che le distanze Terra-Luna si stanno accorciando sempre più.

Il vero fulcro della Argotec è l’ingegneria aerospaziale: gli esperti lavorano principalmente in orbita perché in determinate condizioni di microgravità è possibile capire e osservare da vicino alcuni fenomeni che non sarebbe possibile osservare così bene sulla Terra. il settore termico è quello in cui l’azienda torinese ha deciso di impegnarsi maggiormente per cui alla fine del 2015 esiste già il progetto di realizzare un trasferimento di calore passivo tra due punti che sarà effettuato proprio sulla Stazione spaziale.

Spazio ultima frontiera

Quando l’innovazione verso la Terra parte dall’alto
Se lo spazio è stato sempre visto come una sorta di mondo da conquistare e non, come dovrebbe essere, un’opportunità di farci trascorrere nel miglior modo possibile la vita sulla Terra, quest’idea sta pian piano cambiando: un gap che anche l’azienda torinese mira a riempire e superare attraverso una nuova visione dello spazio rapportato alla Terra. Ciò che viene attualmente usato all’interno della Stazione spaziale non è detto che debba essere una prerogativa di quest’ultima e che non si possa esportare sulla Terra: esempio eclatante è la macchinetta da caffè che la Argotec ha introdotto nella Stazione spaziale ma che ha ideato e prodotto anche per l0uso sulla Terra.

Per superare il gap tra spazio e Terra quindi, bisogna pensare alle attrezzature dello spazio come possibili oggetti da riportare sulla Terra e quindi dotarli fin da subito di elementi che siano quasi commerciali per cercare di abbassare il prezzo fin dall’inizio così da poter avere una chance di rivendere il prodotto sulla Terra. Come altre aziende che si dedicano all’aerospaziale, anche la Argotec mira a portare sullo spazio idee innovative di oggetti e sistemi che possano facilitare la vita sulla Stazione spaziale e perché no, anche sulla Terra: ciò da cui partono gli esperti dell’azienda torinese per lo sviluppo dei propri progetti aerospaziali è semplicemente una domanda, perché?, ovvero il tentativo di capire il motivo per cui va risolto un dato problema, quindi si decide il come risolverlo e quindi il cosa creare per risolvere il problema, ovvero il prodotto in sé. Proprio da compagnie come la Argotec è possibile sperare nel cambiamento positivo dallo spazio che migliori la Terra.

L’accordo Usa-Cina sul clima: cosa risolve e come

Lo scorso anno si è chiuso con un accordo definito dai media storico tra Usa e Cina ovvero quello sulla riduzione dell’emissione dei gas serra cui la super potenza cinese ha deciso di aderire. Cosa significa e cosa implica sul benessere del pianeta questo accordo?

L’accordo Usa-Cina per il clima: perché?

Quando due grandi potenze economiche firmano un accordo come quello sul clima stipulato finalmente e prima del previsto da Cina e Stati Uniti, la notizia fa il giro del mondo inevitabilmente. Ma cosa significa e cosa ci si aspetta da tale accordo? Americani e cinesi fanno blocco comune sulle questioni ambientali e in particolare per quanto riguarda i cambiamenti climatici e le emissioni di gas serra per cui sono previsti nuovi limiti che la Cina ha con tale accordo accettato e ciò significa che si impegna a una riduzione del 20% entro il 2030 mentre gli Usa si sono impegnati a ridurre le emissioni del 28% entro dieci anni, ovvero per il 2025.

In quanto nuova potenza industriale, la Cina è impegnata da anni nella salvaguardia della salute della sua popolazione che passa attraverso l’inquinamento ambientale e si è decisa a prendere finalmente una chiara posizione al riguardo proprio con questo accordo. Nel paese del Sol Levante infatti, si sono calcolati in 670mila i decessi causati dalle centrali a carbone per questo Pechino ha iniziato a investire cifre ingenti nel campo delle energie pulite compreso il nucleare e sebbene sia prevista la realizzazione di nuove centrali a carbone necessarie a soddisfare la sempre crescente richiesta di energia del Paese, il premier cinese si è impegnato a diminuire la crescita delle emissioni di gas serra entro il 2030. Ciò significa che il paese dovrà sviluppare almeno 1000 Gigawatt di energia pulita da fonti non fossili. Si tratta di una quota che il governo di Pechino intende raggiungere ance con lo sviluppo e la diffusione dell’energia nucleare, certo è che almeno il colosso orientale ha deciso di darci un taglio o meglio di fare uno sforzo in più verso la giusta direzione. Infatti, con questo accordo la Cina andrebbe a ridurre le emissioni del 4% ogni anno, e al contempo a incrementare la percentuale di energie rinnovabili: proprio in Cina l’uso dell’energia solare si sta diffondendo a una velocità incredibile così come l’energia nucleare è in crescita, quindi si può dire che Pechino è pronta all’impegno preso.

E quali sono gli impegni presi da Obama?

Da parte sua il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, sa che da un paese più ricco e soprattutto con richieste energetiche più stabili, non ci si può aspettare di meno per cui ha posto un nuovo obiettivo nella riduzione delle emissioni fissandolo al 28% entro il 2025 e se si pensa che il taglio precedente era stato fissato al 17% entro il 2020, l’obiettivo anche per gli Usa è decisamente positivo.

In tal caso, bisogna penare se questo obiettivo piuttosto ambizioso fissato dagli Stati Uniti, sia effettivamente raggiungibile dato che chiede uno sforzo praticamente doppio rispetto al passato per la diminuzione delle emissioni. Secondo le analisi effettuate, si tratterebbe di uno sforzo decisamente possibile sia in termini tecnici che economici, più che altro si teme per le conseguenze politiche dell’accordo stipulato dato che negli Stati Uniti a frenare quest’azione pro clima sono i repubblicani del Congresso cui Obama ha lanciato praticamente una sfida notevole.

Una camera d’albergo da spedire: ecco la novità di Travelbox

E se fosse possibile portare con sé tutti i comfort di casa propria ovunque si desideri grazie a una camera d’albergo itinerante? Travelbox è la camera itinerante che è possibile portare sempre con sé senza avere troppi ingombri.

Viaggiare non è mai stato così semplice

“Travelbox”, come si evince dalla parola stessa, significa “scatola da viaggio”: un nome più azzeccato non potevano affibbiarlo alla scatola al cui interno è possibile trovare un letto, un tavolo con sedia, mensole e persino una bicicletta. È questo il segreto del viaggiare comodi con Travelbox, una sorta di camera di hotel che si può portare o spedire ovunque: ad avere la geniale idea di una box da viaggio è stato un architetto olandese, Stefan Juust, che realizzando questa particolare scatola portatile ha dimostrato non solo una certa creatività ma anche di essere praticamente razionale nel riempire la scatola di accessori che possono rendere il viaggio più piacevole e confortevole.

Infatti, la box all’interno contiene una sorta di kit di accessori necessari per poter vivere il viaggio come se si fosse a casa propria. Si tratta di un prodotto che può ben esser apprezzato da chi è costretto a viaggiare molto per lavoro ma anche solo da chi viaggia per piacere e vorrebbe portare un po’ di l’atmosfera casa con sé.

Una scatola come albergo

Magari quando si viaggia o ci si sposta spesso si tende a comprare qualche accessorio o qualche mobilio per questo Travelbox rappresenta la soluzione ideale per poter contenere tuti gli elementi necessari a rendere una camera d’albergo confortevole e dal tocco più intimo. La box in realtà è prodotta in legno e rivestita in alluminio e i mobili al suo interno sono stati disposti in maniera davvero intelligente dato che riescono ad assicurare il comfort di una vera casa in qualsiasi posto si sia mentre se chiusa diventa rigida, smart, efficiente e naturalmente sempre pronta a essere portata ovunque con tutti gli urti e gli sbalzi tipici che un bagaglio subisce durante un qualsiasi viaggio.

Non appena si arriva nel luogo prescelto è possibile aprire la box per trasformarlo immediatamente nella propria camera d’albergo personalizzata: la box misura 2 metro x 1.25 metro x 39 cm e non supera i 60 chili di peso totali per questo può essere trasportata in modo comodo dato la forma ben squadrata che ne facilita il trasporto. L’ideatore nonché designer della scatola le ha davvero pesate tutte prima di lanciare l sua invenzione: la Travelbox infatti può essere spedita, trasportata e facilmente richiusa dopo averla usata. Sarà presto possibile acquistare la box alla modica cifra di 184 euro completa di tutti i suoi elementi.